giovedì 9 ottobre 2014

Life on Mars - Bukowski


sogno
Marc Chagall

A volte non hai il tempo di accorgertene,
le cose capitano in pochi secondi.
Tutto cambia.
Sei vivo. Sei morto.
E il mondo va avanti.
Siamo sottili come carta.
Viviamo sul filo delle percentuali, temporaneamente.
E questo è il bello e il brutto,
il fattore tempo.
E non ci si può fare niente.
Puoi startene in cima a una montagna
a meditare per decenni e non cambierà una virgola.
Puoi cambiare te stesso e fartene una ragione,
ma forse anche questo è sbagliato.
Magari pensiamo troppo.
Sentire di più, pensare di meno.
—  Charles Bukowski

mercoledì 23 luglio 2014

Lo vuoi un caffè? # 404 - Potenza. Texas.



Guidare su questa strada è come guidare in un quadro di Van Gogh. 
Come guidare nel campo di grano, una tela piccola così esposta in un angoletto del museo ad Amsterdam dedicato al nostro. 
Il giallo del sole si impasta con quello della terra facendosi grano, grano a perdita d'occhio; grano a distesa su entrambi i lati di questa strada dritta che non finisce mai.
Ho l'impressione di sognare, guardo fuori dal finestrino e mi sembra di viaggiare in un altrove sconsciuto.
Anche le rare stazioni di servizio hanno un aria desolatamente solitaria.
Mi fanno venire in mente le foto o alcune scene dei film di Wim Wenders. 
Paris. Texas .
Potenza. Texas .
Sbucano solitarie in questo universo di grano, surreali nei loro colori accesi, incongrue per le loro dimensioni.
Oggetti, giocattoli dimenticati li da qualcuno troppo cresciuto e grande che usa questa terra gialla e ocra come un tappeto da gioco. 
La tipa al bancone del bar quando le chiedo indicazioni mi suggerisce di fare una deviazione. 
"Cosi arriva prima" dice senza rendersi minimamente conto che forse non ho mica tutta questa voglia di arrivare prima.
Sul piazzale della stazione di servizio ombre appena percettibili nella luce bianca accecante del mattina vibrano come l'aria calda. 
I due tizi fuori del bar, sbucati da chissà dove, mi ricambiano silenziosi come statue l'impercettibile segno di saluto che gli rivolgo senza distogliere lo sguardo curioso dalla straniero.
La deviazione si arrampica sui monti, una strada stretta e piena di buche con un manto di asfalto butterato e calcinato dal sole che si sfarina lungo i bordi.
La temperatura man mano che mi arrampico su questa strada scende fino ad un incredibile, per questo periodo estivo, 18 gradi; l'aria è fresca, frizzante malgrado il sole alto che splende in un cielo talmente limpido che non si riesce a guardare nemmeno indossando gli occhiali da sole.
Si sta benissimo fuori dall'auto, su questo bordo strada sperduto nel nulla.
talmente bene che non mi accorgo nemmeno del rapace che mi guarda, spero non valutandomi come preda, da un ramo a pochi metri da me. 
Quando spicca il volo sobbalzo.
Adesso è un puntino scuro e piccolo nel cielo che si allontana rapido mentre mi assale la tremenda consapevolezza dell'assoluta inutilità di tutto quello che sto facendo.

Il palazzo del Tribunale ha un che di famigliare. 
Per a precisione qualcosa che a che fare con un film di sci fi, genere catastrofico, visto da bambino al cinema con mio padre o forse con gli amici.
Quintet.
Cemento e vetro. 
Tonnellate di cemento e vetro.
Una massa di materia inerte che racchiude al suo interno un sonnecchio formicaio umano.
Nei corridoi ampi e bui si aggirano colleghe agghindate come mannequin in attesa di posare per un set fotografico di haute coture e impiegati sudaticci e annoiati in maniche di camicia.
Il vigilante all'ingresso, più piccolo della pistola che gli pende alla cintura, è gentile e mi indica con precisione come fare per arrivare all'ufficio che cerco.
All'ufficio notifiche delle tre impiegate che siedono dall'altra parte del vetro protette come santini, mi tocca in sorte quella che siede al centro dello schieramento, tra la collega anziana che non smette un attimo di origliare ogni nostra parola e l'altra che, invece, di quello che ci diciamo se ne fotte bellamente per tutto il tempo.
Ho la sensazione dal suo modo di rivolgersi ai suoi interlocutori e dal suo modo di gesticolare che la tipa, che  professionale e rapida sbriga la pratica, stia cercando una sistemazione.
Ha un sorriso pieno di gengive e qualche dente leggermente offeso con quello che gli sta accanto.
L'impossibile idillio è interrotto da una sguaiatissima collega che occupa l'ufficio con la sua ingombrante e rumorosa presenza.
Al bar al pianterreno un surreale barista, impegnatissimo a non far nulla, mi guarda scandalizzato e mi indica, a braccia conserte, il suo collega con un cenno inequivocabile di sopracciglio quando gli chiedo di servirmi un caffè ed un cornetto.
Un cenno che serve a farmi capire che alla faccia delle più varie teorie sull'organizzazione del lavoro, li dentro si applica la teoria fordista classica.
Ognuno fa solo una cosa e solo quella.
Senza eccezione alcuna.

Il ritorno è una lunga, lenta e accaldata discesa verso un mare lontano perennemente nascosto dalla linea lontana dell'orizzonte.
Altre ore alla guida tra campi i cui colori appartengono di diritto a Vincent.
Giallo, ocra, arancione, cenere a distesa.
Mucche pigre sdraiate a ruminare placide all'ombra di un unico albero sul cucuzzolo di una collina.
Alla radio Luca Carboni mi ricorda che ci vuole un fisico bestiale per resistere agli urti della vita.
Un deposito di materiale per l'estrazione dell'acqua o del petrolio o di chissà cosa nascosto alla vista dei guidatori che gli scorrono accanto da una siepe appena accennata di piantine striminzite e sofferenti.
Devo ricordarmi di chiamare un paio di persone nel pomeriggio anche se non so cosa dir loro.
Un stazione di servizio e annesso motel presi di peso da Disneyland mi spingono a chiedermi di diavolo ci si ferma in un posto del genere.
Coppie molto clandestine in cerca di un impossibile anonimato? commessi viaggiatori sull'orlo di una crisi di nervi?
Il telefonino è muto, non c'è campo.
Rotoballe di fieno a distesa su entrambi i lati come un esercito in attesa dell' ordine per attaccare.
Lo speaker mi ricorda che in giro per il mondo una delle occupazioni principali della gente è scannarsi con ogni mezzo a disposizione.
Inaspettate tracce di acqua corrente tra colline calcinate dal sole e sfarinate da millenni di movimenti della terra e dal passaggio eterno delle stagioni.
Chiassà se ci sono i pesci dentro?
L'aria si riscalda sempre più, il mare è una chimera lontana.
Un richiamo di sirene che non ascolto mentre guido verso casa nel mio bozzolo di aria condizionata a palla.
L'arrivo a destinazione è solo una tregua prima del balzo verso il lungo pomeriggio che mi attende.

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello
"Preferirei dormire" - risponde l'altro

venerdì 4 luglio 2014

Lo vuoi un caffè? # 403 - Sudaticcio Patchwork





L'accaldata umanità che ronza, accaldata e sudaticcia, nell'auletta surriscaldata all'ultimo piano, come tutte le udienze che si svolgono in questo periodo appena prima della sospensione estiva, mi fa venire in mente, osservandola un patchwork, una di quelle coperte fatte con i ritagli di stoffa avanzati da altri lavori.
Una coperta umana formata dal ragazzo hipster con barbone di ordinanza che sacramenta in continuazione contro il padre e lo zio che hanno combinato, a quanto capisco dai suoi borbottii, un bel pò di casini con i soldi di famiglia.
Da un collega buzzurro che si agita e suda come una bestia e più di una bestia puzza mentre al suo fianco la pensionata, capello fulvo e sgargiante, usa il sudoku di ordinanza invece che per ingannare il tempo per movimentare l'aria ferma e mefitica.
Dalla colorata macchia verde della collega, capello biondo dal taglio asimmetrico, gonna molto corta e gambe molto lunghe, che scrive pericolosamente china in avanti il suo verbale sull'unico pezzo di tavolo disponibile mentre alle sue spalle, fintamente assorti in una conversazione professionale, un occhialuto terzetto di colleghi con le giacche sul braccio le scruta strabico il culo.
Nell'angolo opposto della stanza un collega che la giacca non se la toglierebbe nemmeno se lo mandassero all'inferno e l'abbronzatissimo suo testimone in bermuda rossi sfidano la controparte in t shirt a fasce gialle e abbinato carabiniere in divisa; accanto si affannano in una prova testimoniale di fondamentale importanza sul sesso degli angeli da una parte due praticanti, conciati come se dovessero presenziare al loro matrimonio, e dall'altra una collega in optical dress le cui stampe sono ulteriormente distorte dalla sua mole matriarcale.
Si inserisce nel gruppo la praticante ricciuta e minuta con indosso appena un fazzoletto di vestitino, palesemente inconsapevole del pericolo che corre sfilando il suop corpicino in evidenza avanti e indietro nel corridoio a pochi centimetri da una schiera famelica di colleghi e parti processuli assortite, alla vana ricerca del suo fascicolo.
Chiude il viso perennemente pallido e malaticcio dell'imperscrutabile collega che sorveglia il suo contraddittore, pesantemente addobbato come se dovesse sfidare una montagna innevata, mentre redige il suo verbale sotto gli occhi attenti della cliente fatalona e ultracinquantenne agghindata come sua figlia sedicenne.
Il giudice, e siamo già ben oltre la metà della mattinata, non si è ancora fatto vedere.
Ne approfitto per scendere al bar a prendere un caffè.
Il barista, che conosco da tempo immemorabile e non vedo da secoli, mi accoglie cone se fossi suo fratello tornato indenne dalla guerra.
Della mattinata è il momento migliore.

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello
"Se fai i disegnini con la schiuma si" - risponde l'altro

mercoledì 2 luglio 2014

Lo vuoi un caffè? # 402 - Free Mandela free



Entro in tribunale senza giacca e con la polo viola fuori dai jeans.
Ho la borsa e un fascicolo in mano ma tutto sembro tranne che un avvocato.
Mi son dovuto precipitare in Tribunale per una improvvisa urgenza dopo essere stato precettato telefonicamente dal collega X.
Senza la giacca mi sento un pò come un pesce fuor d'acqua. 
Un minimo di forma, non tanta, ma un minimo ci vuole in questo ambiente. 
Mi sento osservato anche se in realtà tutti pensano agli affari loro.
Mi soccorre in questo mio imbarazzo la visione di un collega, piuttosto anziano, che si aggira nell'aula di udienza indossando un camicione ampio a disegni africani e pantaloni chiari e ampi di lino.
Insamma sto facendo udienza nella stessa stanza con uno vestito come Mandela ad un congresso dell'ANC o il giorno del suo funerale .

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello
"Free Coffe! FREE!!!" - inneggia l'altro

martedì 24 giugno 2014

Lo vuoi un caffè? # 401 - Shoes on my mind




"Avvocato!!! Avvocato!!!" - la voce esplode improvvisa alle nostre spalle mentre con la collega X camminiamo nel corridoio discutendo della causa appena trattata.
Ci giriamo contemporanemente in direzione della voce e ci si para davanti una collega truccata e bionda e piuttosto trafelata la quale, rivolgendosi a me, mi fa mettendo subito in chiaro le cose  indicando X:"No, non dicevo a te collega ma a lei."
X la guarda, spiazzata e con una faccia tipica di chi si sta chiedendo "ma questa chi c..o è?" . 
La tipa prende fiato e le fa: "Senti volevo sapere ..ma tu le scarpe che indossi dove le hai comprate?"

"Lo vuoi un caffè?" chiede quello
 "Mi sa che è meglio..va " - risponde l'altro

mercoledì 18 giugno 2014

Lo vuoi un caffè? #400 - From here to eternity




Il terzetto di colleghi avanza affiancato con passo marziale nel corridoio
Giacche dal taglio impeccabile, cravatte in tinta, borse in pelle, forse, umana.
Principi del foro, o sedicenti, tali confabulano tra loro e contemporaneamente rispondono ai loro isterici cellulari.
La tipa in abitino verde - una collega?, una segretaria? non so dire e, francamente non importa - avanza verso di loro ancheggiando sui tacchi senza degnarli di uno sguardo.
Sguardo che i tre, continuando a camminare, parlare tra di loro e rispondere al cellulare, non lesinano certo al fondoschiena della tipa.
Finche quello sul lato esterno del terzetto non prende in pieno la porta a vetri facendosi un male cane.

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello
"Non ora sto ancora ridendo..." - risponde l'altro

Lo vuoi un caffè? #399 - Platonica Mente



 papillon
di arzach

Il sigillo tribunalizio
Manico di legno e testa di metallo con incisioni.
Il cosiddetto timbro tondo per nobilmente distinguerlo dalla pletora di timbri presente sulle scrivanie dei cancellieri.
Il più nobile dei timbri.
Si usa per timbrare gli atti  ufficilizzandone la provenienza.
Quelli nel gabbiotto del Tribunale sono cosi consumati, oltre che legati con catene e corde in metallo alla scrivania, nel timore che qualcuno possa come credo sia avvenuto in passato, sottrarli al comune utilizzo e complice il tampone assetato di inchiostro più che timbrare lasciano sul foglio una poetica quanto platonica idea di se.

"Lo vuoi un caffè?" - chide quello
"Non posso berne. Però come se avessi fatto. Platonicamante..." - risponde l'altro

domenica 18 maggio 2014

Lo vuoi un caffè? # 398 - Carta canta

Foto di CDT
Tribunale di Bari - 16.5.2014

Sillogismo aristotelico pratico desumibile dal doppio cartello qui in alto riprodotto
L'ufficio fotocopie del Tribunale per svolgere il suo lavoro utilizza la carta, tanta carta...
In bagno per cancellare le tracce, diciamo così. serve la carta; carta che, però, è notoriamente impossibile trovare nei bagni del Tribunale;
Quindi la conclusione è questa : se siete in Tribunale e avete necessità di andare in bagno prima passate dall'ufficio fotocopie a rpocurarvela con la scusa scusa di fare due copie
E sperate che non ci sia la fila.

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello
"Mettimi sulla carta questa tua proposta" - risponde l'altro

domenica 11 maggio 2014

Musica - C'è Tempo - Ivano Fossati


Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.

C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare 

Ivano Fossati
Lampo Viaggiatore - 2003

martedì 29 aprile 2014

Lo vuoi un caffè? #397 - Happy Krismas




Nell'ufficio notifiche di L. hanno istallato le cosiddette macchinette ammazzacode e i relativi schermi.
Le code, a dir il vero, non sono affatto morte e anzi godono di ottima salute.
In compenso però c'è sempre qualcuno adesso che quando chiamano il suo numero urla: "Tombola!!!"

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello
"Non vorrai darmi mica un surrogato fatto con i ceci della tombola di Natale?" - risponde l'altro

mercoledì 23 aprile 2014

Lo vuoi un caffè? # 396 - Aborigeno, ma che cazzo ce dovemo di?



Ho chiesto al collega X tramite Wahtsapp se potesse inviarmi un certo elenco di documenti
X mi ha risposto con un sms inviato sul mio cellulare dicendomi che il suo scan non funzionava e che, pertanto, non era in grado di inviarmi il pdf dell'elenco a mezzo mail e che avrebbe provveduto inviandomi un fax.
A mia volta gli ho risposto dicendo che il mio fax aveva dei problemi in ricezione e che non funzionava un granchè.
Al terzo tentativo, fallito, di ricevere il suo fax ci siamo chiamati dal telefono fisso e X mi ha dettato alla cornetta l'elenco che gli avevo chiesto e che io ho provveduto ad annotare diligentemente su un foglio con una normalissima matita.
Mai come oggi la battuta di Guzzanti sulle infinite possibilita della tecnologia di mettere in comunicazione le persone mi è sembrata più vera

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello
 "Ti rispondo sul social " - risponde l'altro

Aborigeno di Corrado Guzzanti

martedì 15 aprile 2014

Lo vuoi un caffè? #395 - Tempus Fugit




La lentezza del processo, sopratutto di quelli civile, è uno dei grandi mali che affliggono la giustizia in questo paese. 
Ritardi, rinvii, ruoli congelati e scongelati contribuiscono a rendere il tutto molto farragginoso mentre il tempo passa e contribuisce a determinare il formarsi di un clima di rassegnata indifferenza verso tutto e tutti come mi racconta il collega X.
Arrivato il suo turno X  sfila il vecchio fascicolo d'ufficio dalla pila sulla scrivania del giudice e gli si rivolge con il suo consueto tono educato :"Buongiorno giudice per questa causa dovrei chiedere un rinvio.
Il giudice non lo lascia nemmeno finire e preso il fascicolo commenta:"Ah questa è la causa nella quale son morti tutti"
Tempus fugit

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello
"Dopo un minuto di silenzio però" - risponde l'altro

mercoledì 9 aprile 2014

Lo vuoi un caffè? # 394 - Primavera di stoltezza


Il sig. X, irrintracciabile per altra via, risponde al mio sms con il quale ho provveduto a comunicargli la data del prossimo appuntamento in studio con un giovanilistico "Ooooookkkkk avvocato!".
Spero sia l'ebbrezza della primavera altrimenti ci sarebbe davvero da chiedersi cosa passi in certi momenti nella testa delle persone.

"Lo vuoi un caffè? - chiede quello.
 "Ooooookkkkk collega!!" - risponde l'altro



giovedì 27 marzo 2014

Lo vuoi un caffè? # 393 - Datemi un coltello...



La difficoltà di ottenere il pagamento degli onorari dai propri clienti costituisce, da sempre, uno degli argomenti principali delle nostre chiacchiere avvocatizie al bar del Tribunale mentre prendiamo il caffè.
Oggi X quando affrontiamo l'argomento si capisce subito che è arrivato al limite della umana pazienza dal modo in cui sparge metà della bustina di zucchero di canna sul bancone invece che nella sua fumante tazzina.
"Ogni volta una scusa diversa, ogni volta un pretesto nuovo per non pagare, per ritardare, dilazionare, contrattare quello che mi devono.... Mi sono davvero rotto le scatole" - si sfoga con voce piuttosto alterata - "La prossima volta che convoco uno per richiedere il pagamento mi farò trovare seduto alla scrivania con un frigo da campeggio pieno di ghiaccio da un lato e un coltellaccio dall'altra cosi appena mi dice che non ha i soldi per pagarmi gli dico che ho io pronta la soluzione. Lo faccio sdraiare sulla sulla scrivania e gli asporto un rene, lo metto nel congelatore e me lo vendo sul mercato degli organi"
Io e K rimaniano li con le tazzine a mezzaria a riflettere su quanto abbiamo appena sentito dal solitamente pacifico collega mentre X sorseggia avido il suo caffè ustionandosi la lingua.
"Ma cosi si sporca tutto!" - fa, dopo attenta riflessione, K rompendo il silenzio con la sua voce lamentosa.
Io e X lo guardiamo allibiti
Sopratutto X che spero non decida di mettere in atto, qui in questo momento, una cruenta dimostrazione pratica delle sue teorie del recupero crediti sul bancone del bar

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello
"No voglio del sangue " - vampireggia l'altro